venerdì 27 settembre 2013

NOVE PILLOLE DI MINUTA SAGGEZZA POLITICA (per questo stiamo nel “MoVimento 5 stelle”)




NOVE PILLOLE DI MINUTA SAGGEZZA POLITICA
(per questo stiamo nel “MoVimento 5 stelle”)


N° 1) I politici non sono tutti uguali

La formula, oggi assai gettonata, "i politici sono tutti ladri", provoca sempre da parte di tutti i politicanti (anche di quelli ladri) la stessa reazione: "I politici non sono tutti uguali, non si può fare di ogni erba un fascio". Hanno ragione loro. A rigor di termini infatti esistono tre ben distinte categorie di politici (quartum non datur):
- quelli che rubano: i disonesti;
- quelli che non rubano, ma sanno che gli altri lo fanno e tacciono: gli onesti del cavolo; - quelli che non hanno capito niente di ciò che gli succede intorno: gli imbecilli.

A questo punto domandate al politico in quale delle tre categorie appartiene visto che una quarta non c’è. E aspettate per vedere l'effetto che fa.

PS.: Per la verità ci sarebbe una quarta ipotetica categoria, quella degli onesti che hanno capito e denunciano, ma è sconsolatamente vuota. Da sempre. Anzi una sola eccezione c'è stata nel secolo e mezzo dall'Unità d'Italia: un parlamentare, l’eroico patriota e garibaldino Cristiano Lobbia che nel 1870, in occasione della privatizzazione del monopolio dei tabacchi, denunciò la corruzione di altri parlamentari. Ma, finì in galera lui, per giunta anche bastonato (un cappellaio fiorentino prese a modello la sua bombetta, che portava al centro il segno profondo della bastonata, per lanciare una nuova foggia di cappello, detto “lobbia” appunto). Il poveretto fu assolto solo dopo 5 anni.

N° 2) Le laute prebende dei politici….

….viste da destra ....

Un giorno di qualche anno fa Pierferdinando Casini, infilzato in televisione da una domanda sull'entità della retribuzione dei parlamentari italiani, i più pagati del pianeta, pensò di salvarsi in angolo dicendo che i rappresentanti del popolo avevano così tante spese collegate al ruolo ricoperto che noi, comuni cittadini, non potevamo neanche immaginare. E a mo' d'esempio sbottò: "Ma voi avete idea a quanti matrimoni, battesimi, cresime e comunioni devo partecipare e quanti regali devo fare?". Già, come se fosse un nostro dovere civico pagare anche per la sua vita mondano-clientelare e relative strippate.

....e viste da sinistra. 

Ben diversa, di fronte alla stessa domanda, è la reazione dei politici della sedicente sinistra. Qui il buonismo di facciata e l'etica di maniera imperano, il senso civico trabocca da tutte le parti. Secondo loro in Italia i parlamentari e anche i partiti sono e devono continuare ad essere strapagati, non perché loro continuino a nuotare nell'oro anche quando c'è gente che s'impicca per la miseria, ci mancherebbe, ma perché altrimenti la politica potrebbero farla solo i ricchi.

Bene, allora domandategli quanti siano i braccianti, i minatori, i metalmeccanici, i muratori o i netturbini che loro, grazie a questa ulteriore rapina di denaro pubblico, hanno portato in Parlamento. E restate a vedere l'effetto che fa.

N° 3) I partiti non sono la soluzione del problema: sono il problema. Il consenso popolare per i partiti è sceso quasi al 3%. I partitòcrati sono terrorizzati, perché le elezioni del 2013 sono vicine e la colossale abbuffata dell'ultimo mezzo secolo (2mila miliardi di euro) è arrivata all'ammazza-caffè. Non hanno argomenti per esorcizzare l'imminente catastrofe tranne uno, uguale per la destra e la sinistra (lo ripetono ormai tutti come un mantra): "l'antipolitica è un salto nel buio, senza i partiti, non c'è democrazia".


Ma bisogna che gli elettori si tranquillizzino: quello che sostengono i partitòcrati è un'enorme puttanata, frutto di ignoranza o di ipocrisia (o di ambedue le cose). Infatti è vero esattamente il contrario. E' la democrazia che è necessaria ai partiti non viceversa: una democrazia senza partiti è ipotizzabile, ma i partiti senza democrazia no, perché senza democrazia c'è un partito solo, quello del tiranno. La democrazia, garantendo libertà di pensiero e di associazione, è la causa e i partiti sono l'effetto, non il contrario (e scambiare la causa con l'effetto non è il massimo dell'intelligenza).

Anzi, lungi dal rappresentare una garanzia, come pretenderebbero, i partiti invece rappresentano sempre una potenziale minaccia per la democrazia. Infatti non c'è partito italiano che si accontenti del 50% dei voti più uno, ma punta a un consenso quanto più possibile vicino al 100%. Insomma punta all'eliminazione di tutti gli altri partiti, ossia al proprio dominio assoluto, ossia all'eliminazione della democrazia. E' regolarmente successo innumerevoli volte nella storia: bolscevismo, fascismo e nazismo, tanto per citare i casi più recenti e noti, non furono la negazione del sistema dei partiti, ma la vittoria di un partito su tutti gli altri portata alle estreme conseguenze. Insomma i partiti non sono la soluzione del problema, ma sono il problema.

N° 4) Servire il popolo

Ogni volta che sento un politicante dire “sono al servizio del popolo” – lo dicono tutti dalla destra alla sedicente sinistra, ma lo dicevano e lo dicono anche tutti i tiranni della storia e dell’attualità – mi viene da ridere. La cosa infatti mi richiama sempre alla mente una scena di tanti anni, nei mitici anni ’60 della contestazione giovanile, quando sull’architrave del più transitato sottopasso ferroviario di Bari apparve un’enorme scritta di vernice rossa, leggibile da un centinaio di metri: SERVIRE IL POPOLO. Si trattava dei cosiddetti maoisti, un movimento sedicente di sinistra estrema (ma picchiavano come fascisti), convinti che l’esperienza cinese potesse essere riprodotta con successo in Italia. Passò qualche mese e poi improvvisamente le migliaia di automobilisti che tutti i giorni passavano sotto quella grande arcata poterono leggere, sotto la prima, una seconda, minuscola ma chiarissima scritta rossa: IL POPOLO SI SERVE DA SOLO.

Anche se in molti avranno pensato solo ad una felice battuta di un buontempone, a me la cosa apparve allora ed appare ancora come la più straordinaria sintesi della contrapposizione tra destra e sinistra. Infatti, checché la scritta grande e urlante volesse far intendere, nella realtà il modello cui inneggiava era quello di destra estrema rappresentato da una società “servita”, appunto, da un pugno di  mandarini oscurantisti guidati da un imperatore: la Cina sedicente comunista. La seconda, sommessa, icastica scritta invece evocava il concetto della sinistra estrema, quello della sovranità popolare, lo stesso concetto contenuto nelle seguenti citazioni di noti estremisti di sinistra:

-              J.J.Rousseau: "Non abbiamo bisogno di buoni politici, ma di buoni cittadini" (e detto tra di noi, chiunque pensi che siano i buoni politici a fare i buoni cittadini è di destra, mentre è di sinistra chi pensa l'opposto);
-              Berthold Brecht: "Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi";
-              J.F. Kennedy: "Non domandatevi cosa il governo può fare per voi, ma domandatevi cosa voi potete fare per la Nazione".

N° 5) I partiti italiani sono incostituzionali

Quando si mette un politicante con le spalle al muro sui danni spaventosi provocati dalla partitocrazia al Paese (si pensi solo alle dimensioni iperboliche del nostro debito) per cui i partiti e i loro esponenti dovrebbero essere messi in condizioni di non nuocere ulteriormente, immancabilmente ci si sente replicare che i partiti sono espressamente previsti e garantiti dalla Costituzione. È un'altra puttanata. I Padri costituzionali, che furono e sono ancora il meglio che negli ultimi 160 anni la nostra storia politica abbia prodotto, si guardarono bene dal "citare espressamente" i partiti nella Costituzione.

Nella mostra Carta il termine "partiti" è citato in positivo una sola volta in un brevissimo, icastico e eloquente art. 49: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere  con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

I cittadini quindi possono (se vogliono, ma non è obbligatorio e forse neanche consigliabile), organizzarsi in partiti, per concorrere (i cittadini, non i partiti) con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Insomma la Costituzione dedica ai partiti un solo minuscolo articolo su 157, due sole righe su 1185, 20 sole parole su 10.548, 143 soli caratteri su 70.678 e solo per confermare che non i partiti, ma i cittadini possono concorrere a determinare la politica nazionale. Quanto a "partiti espressamente citati nella Costituzione" non c'è davvero male.

L'altra sola citazione del termine "partiti" nella Costituzione è in negativo: divieto d'iscrizione ai partiti per militari, giudici, poliziotti ecc.(art.98), mentre il termine "partito" invece è citato una sola volta, e ancora una volta in negativo: divieto di ricostituzione del partito fascista (disposizioni transitorie e finali XII).

Dei partiti, della loro funzione, ruolo, utilità, necessità e indispensabilità, non c'è traccia alcuna in tutto il restante, lunghissimo testo della Carta (*). La quale è un documento politico al 100%, ma dedica solo lo 0,2% ai partiti, i quali però hanno occupato anche tutti gli altri 156 articoli, ossia il 100% della politica nazionale, sottraendola al popolo che invece avrebbe dovuto essere sovrano, ossia non solo sopra i patiti ma anche sopra la Costituzione. Questa presenza alluvionale dei partiti e quindi di coloro che ne hanno assunto il controllo (i leader) non era prevista né consentita dalla nostra Costituzione. Dunque quei partiti (e i loro leader) onnivori sono fuori dalla Costituzione: sono incostituzionali (almeno fino a quando essi non riusciranno ad emendare appositamente la Costituzione, che non è solo una mera, minacciosa ipotesi).

Da rilevare: i Padri costituenti, di fronte ai quali gli attuali politicanti sono solo delle tragiche marionette, erano tutti visceralmente legati ai propri partiti, ma per il bene della nazione li tagliarono tutti fuori dalla Carta.

Per concludere: sono loro, i partiti, l'antipolitica e la vera politica è quella che vuole da una parte la loro eliminazione come sistema, ossia la loro riduzione a semplici e liberi movimenti di opinione autofinanziati dagli aderenti, e dall'altra la restituzione della sovranità al popolo.

(*) né, ovviamente, c’è alcuna traccia dei leader di quei partiti, neanche per la formazione del governo: loro sapevano che leader è la traduzione letterale di führer e duce, noi non più.

N° 6) L'unico politico buono è il politico morto.

Ogni partito nasce su una base ideale. Poi, alla fine, tradendo gli ideali delle origini diventa solo uno strumento per portare al potere, non diciamo chi l'ha votato e fatto vincere e neanche i propri iscritti, ma solo ed esclusivamente l'uno o i pochi che ne hanno conquistato il controllo. E quest'uno o questi pochi, per un meccanismo ineluttabile, sono necessariamente "cattivi". Perché il politico è uno che costruisce tutta la sua carriera non lottando contro il nemico, ossia il partito o i partiti avversari, ma prima di tutto lottando all'interno del proprio partito ed eliminando i propri "fratelli" concorrenti: un vero e proprio scontro fratricida per la supremazia personale nella quale vince sempre Caino e mai Abele. E' Gramsci, schivo, poco amante del potere personale e antistalinista, che marcisce in carcere, dove viene pure espulso dal partito, mentre l'amorale Togliatti, nella Mosca di Stalin, sale agli onori del Comintern: un Abele e un Caino esemplari. Sono Fanfani e Andreotti che affondano l'ottimo De Gasperi per strappargli il primato nella Dc. E' Moro che viene abbandonato nel carcere delle Brigate Rosse dai "fratelli" di partito. Sono Tristano Codignola e i socialisti storici, quelli del socialismo umanitario, che soccombono all'avvento dell'autocrate Craxi, così come accade al buon Occhetto e al buonista Veltroni nel confronto col luciferino D'Alema.

Dunque chiunque emerga all'interno di un partito è uno che ha combattuto e "soppresso" i fratelli perché di loro più "cattivo", ossia più ambizioso, egocentrico, cinico, bugiardo, moralmente disinvolto e, normalmente, psicotico (non si combatte tutta la vita con i fratelli senza portarne addosso le cicatrici).

Il Machiavelli aveva centrato il problema: nella lotta per la conservazione e accrescimento del potere il principe, se non vuole essere abbattuto, non deve mostrarsi buono e generoso, perché quella bontà e generosità saranno interpretate come debolezza, ma deve essere allo stesso tempo volpe e leone. Dunque la norma è che il politico buono soccomba ad opera del fratello. Ecco perché il detto "l'unico politico buono è quello morto" non è solo un modo di dire. Come Colui che fu il politico più buono degli ultimi 2000 anni, tutti i politici buoni a 33 anni finiscono crocifissi dai propri fratelli. Ed ecco perché in Italia abbiamo la immorale Casta che sappiamo.

N° 7) I partiti, minaccia per la democrazia

I partiti di massa (anche quelli estinti da tempo come il partito giacobino), nascono tutti sulla base di principi di grande contenuto morale e ideale per poi degenerare nel più vergognoso dei modi. Perfino il documento di fondazione del partito fascista del 1919 aveva contenuti avanzati in gran parte ancora oggi accettabili (e comunque ritenuti validi perfino dal Pci dall'esilio francese nel 1936). E perfino la Chiesa (fu subito un partito anch'essa fin dalle origini), che pure su principi morali ha basato la sua esistenza come nessun altro movimento, ha alle spalle una storia terribile e un presente nient'affatto edificante. Il fatto è che non c'è bisogno di scomodare Machiavelli per capire che appena un partito riesce ad affermarsi si scatenano conflitti e congiure interne, spesso senza esclusione di colpi, per conquistarne il controllo. E come abbiamo visto (pillola n.6), succede immancabilmente che vinca chi è più aggressivo, ambizioso, cinico, avido e sleale. Insomma una selezione "naturale" tutt'altro che virtuosa. Immancabilmente, con simili figuri, si passa presto dal concetto che "il partito è lo strumento e lo stato (o la città) è il fine" al concetto opposto: il partito (o chi lo controlla) diventa il fine e lo stato (e quindi il popolo) diventa lo strumento. E' così che si ricostituisce quello che i liberi Comuni italiani distrussero seicento anni prima che lo facessero i Francesi con la loro rivoluzione: il sistema aristocratico feudale. Un sistema che si basa su una lunga scala gerarchica dove ognuno giura fedeltà e sottomissione al suo immediato superiore ed è obbligato alla protezione dei suoi immediati inferiori. E’ tipico delle società organizzate verticalmente essere società immobili e depresse perché il sistema premiante è basato sulla fedeltà al capo e non sul merito individuale. Anzi chi merita, ossia chi riesce a farcela da solo senza alcuna protezione, diventa un modello negativo da isolare o anche eliminare fisicamente perché può mettere in discussione l’intero sistema. Lo schema di un sistema feudale è anche quello dei sistemi mafiosi. E ciò non a caso, visto che mafie e aristocrazie hanno analoga origine criminale: l’origine della nobiltà è infatti ignobile (La società feudale
dello storico francese Marc Block, padre della storiografica moderna ).

Quindi un sistema partitocratico che come quello nazionale (ma anche quello senese, come abbiamo ben sperimentato in questi ultimi decenni) annulla la volontà popolare, tende ad una organizzazione sociale sempre più verticale, sempre più simile a quella feudale (o mafiosa): i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Esso finisce per rappresentare la massima minaccia per la democrazia e per il quieto ed prospero vivere di una comunità.

N° 8) “Destra” e “sinistra” sono termini superati? Ma da quando?

Il significato originale e tuttora congruo dei termini “destra” e “sinistra” non è quello attribuito loro dalla falsata realtà politica dell’Italia di oggi, ma quello determinatosi a partire dalla fine del Settecento (pare che la diade destra-sinistra sia entrata in uso all’Assemblea rivoluzionaria francese dove i repubblicani più radicali sedevano a sinistra e quelli più moderati a destra).

Secondo quell’originaria distinzione, infatti, a destra sta l’assolutismo regio, l’impero, il dispotismo, la tirannia, l’autocrazia, il centralismo statale, la volontà che scende dall’alto, i governati controllati dai governanti, il governo forte con i deboli debole con i forti, la sfiducia verso l’autogoverno popolare e quindi il convincimento che solo il potere saldamente nelle mani di pochi (o di uno solo) possa garantire la serena esistenza del popolo. In sintesi: a destra sta la società organizzata verticalmente.

A sinistra invece sta la repubblica, la democrazia, l’autogoverno locale, la volontà che sale dal basso, i governanti controllati dai governati (quindi i cittadini, comunque abbiano votato, tutti all’opposizione rispetto al governo), il governo forte coi forti e debole coi deboli, il governo dei molti (o di tutti: quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet, ossia ciò che riguarda tutti da tutti deve essere approvato) e quindi l’ottimismo verso la capacità del popolo di autogovernarsi. In sintesi: a sinistra sta la società organizzata orizzontalmente.

Per cui, schematizzando, si può dire che quanto più una situazione è democratica e repubblicana, quanto più il potere è decentrato e diffuso e la volontà sale dal basso e quanti più sono quelli che governano, tanto più quella è una situazione di sinistra; viceversa per la destra.

Poiché non esiste altra distinzione logica tra destra e sinistra che questa, se ci si riflette si capisce che nell’Italia odierna c’è una sinistra ufficiale, ma una sinistra reale non c’è (forse non c’è mai stata) e molti che si considerano di sinistra in realtà sono di destra e viceversa. Solo per questa confusione succede che in Italia la distinzione tra “destra” e “sinistra” venga considerata superata. Ma non sul piano generale, perché fino a quando da una parte ci saranno regimi dispotici e sanguinari e dall’altra buone democrazie, la distinzione tra destra e sinistra continuerà a avere tutta la sua valenza.

Per cui il regime sedicente comunista dell’URSS era un regime di destra reazionaria mentre quei "fascisti e xenofobi" (così li definisce la sedicente sinistra italiana) degli Svizzeri vivono nel regime più di sinistra del pianeta. Ciò significa anche che ‒ e questa è un’incontrovertibile verità storica ‒ nei regimi di sinistra (vedi la Svizzera) si gode un’alta qualità della vita e viceversa a destra (vedi l’ex URSS o le altre dittature trapassate o viventi).
  
Se poi il problema è meramente terminologico, ossia se i termini destra e sinistra si credono obsoleti, bene, cambiamogli nome (Proudhon nell’Ottocento, per esempio, usava "autorità" e "libertà"): perché non è l’etichetta che conta, ma il contenuto.

N° 9) (ancora da sintetizzare)

Credo che si debba chiarire una cosa prima di qualsiasi discussione in proposito: la differenza esistente tra una società organizzata verticalmente e una orizzontalmente. Ci sono stati nella storia esempi abbondanti e ce ne sono abbondanti nell’attualità.

Del primo tipo, per esempio, sono quelli della tirannia, della società feudale, mafiosa, fascista, stalinista ecc.: praticamente l’80% della popolazione mondiale vice ancora in società di questo tipo.

Del secondo tipo è quello delle poleis greche e anche quello della Siena repubblicana (combatté vittoriosamente la società feudale) e del resto della civiltà comunale che dal 1000 al 1500 dette all’Italia del centro-nord il primato assoluto in Europa. Oggi l’organizzazione orizzontale della società (ossia i politici ridotti a meri esecutori della volontà popolare) la ritroviamo più che altrove negli stati protestanti. Insomma quanto più una società è organizzata orizzontalmente, tanto più elevata è la qualità della vita e, viceversa, quanto più una società è organizzata verticalmente tanto più essa è arretrata: questa è una regola che non ha eccezioni né nella storia, né nell’attualità.

A Siena negli ultimi 30 anni (insomma a cominciare dal’avvento di Luigi Berlinguer e di Pierluigi Piccini) abbiamo sempre più velocemente viaggiato verso una società organizzata verticalmente. Da qui lo sfacelo di questi ultimi anni e le disperanti previsioni per il futuro. Nella sostanza, dopo aver gloriosamente resistito per quasi mille anni sul confine del Meridione (a sud di Siena da sempre comincia il Meridione d’Italia), la città alla fine vi è precipitata dentro. Da città più meridionale del nord è diventata la città più settentrionale del sud. Sono fenomeni questi da cui non si esce più. O ci si dà subito uno scatto di reni o la civiltà senese finisce qui. Ci aspettano solo depressione e emigrazione.

Tra Duecento e Trecento (non riesco ancora a capacitarmi come certi concetti fossero capiti allora e oggi invece non li capiamo più) la differenza tra una società organizzata verticalmente ed una organizzata orizzontalmente fu magistralmente rappresentata nel Palazzo Pubblico dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti nella cosiddetta Sala della Pace, sede del governo repubblicano: su una parete gli Effetti del Cattivo governo (la tirannia) e su quella di fronte gli effetti del Buongoverno (la repubblica).  Nella parete centrale invece è affrescata l’allegoria del Buongoverno, dove la mostruosa pialla da falegname sulle ginocchia della figura femminile della Concordia, minaccia chi tra i cittadini, tutti rappresentati rigorosamente della stessa altezza, osi sollevare la propria testa al di sopra degli altri.

Quel periodo repubblicano fu  così straordinariamente fecondo che ancora oggi, forse caso unico al mondo, la vita sociale, culturale e economica, a Siena dipende per l’90% da quello che fu realizzato allora: banca, università, ospedale, arte (turismo). Eppure non è giunto sino a noi  neanche il nome di un politico eccellente, responsabile di un simile prodigio. Infatti ai politici professionali del tempo, i nobili, era vietato di eleggere e di essere eletti. Allora solo anonimi e semplici cittadini si alternavano al governo ogni 2 mesi e in parlamento, che raggiunse anche 1500 componenti (in una città di circa 30.000 abitanti!), ogni 12 mesi. E tutti senza possibilità di rinnovo della carica alla scadenza se non dopo anni. Come diceva Berthold Brecht: beato quel popolo che non ha bisogno di eroi! Sono bastati 20-25 anni di dominio degli eroi (Luigi Berlinguer, Pierluigi Piccini, Mussari e successori) perché il Buongoverno arrivasse al capolinea, anzi al fine-corsa. Ambrogio ha avuto molte occasioni in questo ultimo ventennio di rigirarsi nella tomba.

Mauro Aurigi
                                                                           

FINE (per il momento)















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