NOVE PILLOLE DI
MINUTA SAGGEZZA POLITICA
(per questo stiamo nel “MoVimento
5 stelle”)
N° 1) I politici non sono tutti uguali
La
formula, oggi assai gettonata, "i politici sono tutti ladri", provoca
sempre da parte di tutti i politicanti (anche di quelli ladri) la stessa
reazione: "I politici non sono tutti uguali, non si può fare di ogni erba
un fascio". Hanno ragione loro. A rigor di termini infatti esistono tre
ben distinte categorie di politici (quartum non datur):
- quelli
che rubano: i disonesti;
- quelli
che non rubano, ma sanno che gli altri lo fanno e tacciono: gli onesti del
cavolo; - quelli che non hanno capito niente di ciò che gli succede intorno:
gli imbecilli.
A questo
punto domandate al politico in quale delle tre categorie appartiene visto che una quarta non c’è. E
aspettate per vedere l'effetto che fa.
PS.: Per
la verità ci sarebbe una quarta ipotetica categoria, quella degli onesti che
hanno capito e denunciano, ma è sconsolatamente vuota. Da sempre. Anzi una sola
eccezione c'è stata nel secolo e mezzo dall'Unità d'Italia: un parlamentare,
l’eroico patriota e garibaldino Cristiano Lobbia che nel 1870, in occasione della
privatizzazione del monopolio dei tabacchi, denunciò la corruzione di altri
parlamentari. Ma, finì in galera lui, per giunta anche bastonato (un cappellaio
fiorentino prese a modello la sua bombetta, che portava al centro il segno
profondo della bastonata, per lanciare una nuova foggia di cappello, detto
“lobbia” appunto). Il poveretto fu assolto solo dopo 5 anni.
N° 2) Le
laute prebende dei politici….
….viste da destra ....
Un giorno
di qualche anno fa Pierferdinando Casini, infilzato in televisione da una
domanda sull'entità della retribuzione dei parlamentari italiani, i più pagati
del pianeta, pensò di salvarsi in angolo dicendo che i rappresentanti del
popolo avevano così tante spese collegate al ruolo ricoperto che noi, comuni
cittadini, non potevamo neanche immaginare. E a mo' d'esempio sbottò: "Ma
voi avete idea a quanti matrimoni, battesimi, cresime e comunioni devo
partecipare e quanti regali devo fare?". Già, come se fosse un nostro
dovere civico pagare anche per la sua vita mondano-clientelare e relative
strippate.
....e viste da sinistra.
Ben
diversa, di fronte alla stessa domanda, è la reazione dei politici della
sedicente sinistra. Qui il buonismo di facciata e l'etica di maniera imperano,
il senso civico trabocca da tutte le parti. Secondo loro in Italia i
parlamentari e anche i partiti sono e devono continuare ad essere strapagati,
non perché loro continuino a nuotare nell'oro anche quando c'è gente che
s'impicca per la miseria, ci mancherebbe, ma perché altrimenti la politica
potrebbero farla solo i ricchi.
Bene, allora domandategli quanti siano i
braccianti, i minatori, i metalmeccanici, i muratori o i netturbini che loro, grazie
a questa ulteriore rapina di denaro pubblico, hanno portato in Parlamento. E
restate a vedere l'effetto che fa.
N° 3) I partiti non
sono la soluzione del problema: sono il problema. Il consenso popolare per i partiti è
sceso quasi al 3%. I partitòcrati sono terrorizzati, perché le elezioni del
2013 sono vicine e la colossale abbuffata dell'ultimo mezzo secolo (2mila
miliardi di euro) è arrivata all'ammazza-caffè. Non hanno argomenti per
esorcizzare l'imminente catastrofe tranne uno, uguale per la destra e la
sinistra (lo ripetono ormai tutti come un mantra): "l'antipolitica è un salto nel buio, senza i partiti, non c'è
democrazia".
Ma bisogna
che gli elettori si tranquillizzino: quello che sostengono i partitòcrati è un'enorme
puttanata, frutto di ignoranza o di ipocrisia (o di ambedue le cose). Infatti è
vero esattamente il contrario. E' la
democrazia che è necessaria ai partiti non viceversa: una democrazia senza
partiti è ipotizzabile, ma i partiti senza democrazia no, perché senza
democrazia c'è un partito solo, quello del tiranno. La democrazia, garantendo
libertà di pensiero e di associazione, è la causa e i partiti sono l'effetto,
non il contrario (e scambiare la causa con l'effetto non è il massimo
dell'intelligenza).
Anzi,
lungi dal rappresentare una garanzia, come pretenderebbero, i partiti invece
rappresentano sempre una potenziale minaccia per la democrazia. Infatti non c'è partito italiano che si accontenti
del 50% dei voti più uno, ma punta a un consenso quanto più possibile vicino al
100%. Insomma punta all'eliminazione di tutti gli altri partiti, ossia al
proprio dominio assoluto, ossia all'eliminazione della democrazia. E'
regolarmente successo innumerevoli volte nella storia: bolscevismo, fascismo e
nazismo, tanto per citare i casi più recenti e noti, non furono la negazione
del sistema dei partiti, ma la vittoria di un partito su tutti gli altri
portata alle estreme conseguenze. Insomma i partiti non sono la soluzione del
problema, ma sono il problema.
N° 4) Servire
il popolo
Ogni volta che sento un
politicante dire “sono al servizio del popolo” – lo dicono tutti dalla destra alla
sedicente sinistra, ma lo dicevano e lo dicono anche tutti i tiranni della
storia e dell’attualità – mi viene da ridere. La cosa infatti mi richiama
sempre alla mente una scena di tanti anni, nei mitici anni ’60 della contestazione giovanile,
quando sull’architrave del più transitato sottopasso ferroviario di Bari apparve
un’enorme scritta di vernice rossa, leggibile da un centinaio di metri: SERVIRE IL POPOLO. Si trattava dei
cosiddetti maoisti, un movimento
sedicente di sinistra estrema (ma picchiavano come fascisti), convinti che
l’esperienza cinese potesse essere riprodotta con successo in Italia. Passò
qualche mese e poi improvvisamente le migliaia di automobilisti che tutti i
giorni passavano sotto quella grande arcata poterono leggere, sotto la prima,
una seconda, minuscola ma chiarissima scritta rossa: IL POPOLO SI SERVE DA SOLO.
Anche se in molti avranno pensato
solo ad una felice battuta di un buontempone, a me la cosa apparve allora ed
appare ancora come la più straordinaria sintesi della contrapposizione tra destra e sinistra. Infatti, checché la scritta grande e urlante volesse far
intendere, nella realtà il modello cui inneggiava era quello di destra estrema
rappresentato da una società “servita”, appunto, da un pugno di mandarini oscurantisti guidati da un
imperatore: la Cina sedicente comunista. La seconda, sommessa, icastica scritta
invece evocava il concetto della sinistra estrema, quello della sovranità
popolare, lo stesso concetto contenuto nelle seguenti citazioni di noti
estremisti di sinistra:
-
J.J.Rousseau:
"Non abbiamo bisogno di buoni
politici, ma di buoni cittadini" (e detto tra di noi, chiunque pensi che
siano i buoni politici a fare i buoni cittadini è di destra, mentre è di
sinistra chi pensa l'opposto);
-
Berthold
Brecht: "Beato quel popolo che
non ha bisogno di eroi";
-
J.F.
Kennedy: "Non domandatevi cosa il
governo può fare per voi, ma domandatevi cosa voi potete fare per la Nazione".
N° 5) I
partiti italiani sono incostituzionali
Quando si
mette un politicante con le spalle al muro sui danni spaventosi provocati dalla
partitocrazia al Paese (si pensi solo alle dimensioni iperboliche del nostro
debito) per cui i partiti e i loro esponenti dovrebbero essere messi in
condizioni di non nuocere ulteriormente, immancabilmente ci si sente replicare
che i partiti sono espressamente previsti e garantiti dalla Costituzione. È
un'altra puttanata. I Padri costituzionali, che furono e sono ancora il meglio
che negli ultimi 160 anni la nostra storia politica abbia prodotto, si
guardarono bene dal "citare espressamente" i partiti nella
Costituzione.
Nella
mostra Carta il termine "partiti" è citato in positivo una sola volta
in un brevissimo, icastico e eloquente art. 49: "Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti
per concorrere con metodo democratico a
determinare la politica nazionale”.
I
cittadini quindi possono (se vogliono, ma non è obbligatorio e forse neanche
consigliabile), organizzarsi in partiti, per concorrere (i cittadini, non i
partiti) con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Insomma la
Costituzione dedica ai partiti un solo minuscolo articolo su 157, due sole
righe su 1185, 20 sole parole su 10.548, 143 soli caratteri su 70.678 e solo
per confermare che non i partiti, ma i cittadini possono concorrere a
determinare la politica nazionale. Quanto a "partiti espressamente citati
nella Costituzione" non c'è davvero male.
L'altra
sola citazione del termine "partiti" nella Costituzione è in negativo:
divieto d'iscrizione ai partiti per militari, giudici, poliziotti ecc.(art.98),
mentre il termine "partito" invece è citato una sola volta, e ancora
una volta in negativo: divieto di ricostituzione del partito fascista
(disposizioni transitorie e finali XII).
Dei partiti, della loro funzione, ruolo,
utilità, necessità e indispensabilità, non c'è traccia alcuna in tutto il
restante, lunghissimo testo della Carta (*). La quale è un documento politico al
100%, ma dedica solo lo 0,2% ai partiti, i quali però hanno occupato anche
tutti gli altri 156 articoli, ossia il 100% della politica nazionale, sottraendola
al popolo che invece avrebbe dovuto essere sovrano, ossia non solo sopra i
patiti ma anche sopra la Costituzione. Questa presenza alluvionale dei partiti
e quindi di coloro che ne hanno assunto il controllo (i leader) non era prevista né consentita dalla nostra Costituzione. Dunque quei partiti (e i loro leader) onnivori sono fuori dalla
Costituzione: sono incostituzionali (almeno fino a quando essi non riusciranno
ad emendare appositamente la Costituzione, che non è solo una mera, minacciosa
ipotesi).
Da
rilevare: i Padri costituenti, di fronte ai quali gli attuali politicanti sono
solo delle tragiche marionette, erano tutti visceralmente legati ai propri
partiti, ma per il bene della nazione li tagliarono tutti fuori dalla Carta.
Per
concludere: sono loro, i partiti,
l'antipolitica e la vera politica è quella che vuole da una parte la loro
eliminazione come sistema, ossia la loro riduzione a semplici e liberi
movimenti di opinione autofinanziati dagli aderenti, e dall'altra la
restituzione della sovranità al popolo.
(*) né,
ovviamente, c’è alcuna traccia dei leader
di quei partiti, neanche per la formazione del governo: loro sapevano che leader è la traduzione letterale di führer e duce, noi non più.
N° 6) L'unico politico buono è il politico morto.
Ogni partito nasce su una base ideale. Poi, alla fine, tradendo
gli ideali delle origini diventa solo uno strumento per portare al potere, non
diciamo chi l'ha votato e fatto vincere e neanche i propri iscritti, ma solo ed
esclusivamente l'uno o i pochi che ne hanno conquistato il controllo. E
quest'uno o questi pochi, per un meccanismo ineluttabile, sono necessariamente
"cattivi". Perché il politico è uno che costruisce tutta la sua
carriera non lottando contro il nemico, ossia il partito o i partiti avversari,
ma prima di tutto lottando all'interno del proprio partito ed eliminando i
propri "fratelli" concorrenti:
un vero e proprio scontro fratricida per la supremazia personale nella quale
vince sempre Caino e mai Abele. E' Gramsci, schivo, poco amante del potere
personale e antistalinista, che marcisce in carcere, dove viene pure espulso
dal partito, mentre l'amorale Togliatti, nella Mosca di Stalin, sale agli onori
del Comintern: un Abele e un Caino esemplari. Sono Fanfani e Andreotti che
affondano l'ottimo De Gasperi per strappargli il primato nella Dc. E' Moro che
viene abbandonato nel carcere delle Brigate Rosse dai "fratelli" di
partito. Sono Tristano Codignola e i socialisti storici, quelli del socialismo
umanitario, che soccombono all'avvento dell'autocrate Craxi, così come accade
al buon Occhetto e al buonista Veltroni nel confronto col luciferino D'Alema.
Dunque chiunque emerga
all'interno di un partito è uno che ha combattuto e "soppresso" i
fratelli perché di loro più "cattivo", ossia più ambizioso,
egocentrico, cinico, bugiardo, moralmente disinvolto e, normalmente, psicotico
(non si combatte tutta la vita con i fratelli senza portarne addosso le
cicatrici).
Il Machiavelli aveva centrato il problema: nella lotta per la
conservazione e accrescimento del potere il principe, se non vuole essere
abbattuto, non deve mostrarsi buono e generoso, perché quella bontà e
generosità saranno interpretate come debolezza, ma deve essere allo stesso
tempo volpe e leone. Dunque la norma è che il politico buono soccomba ad opera
del fratello. Ecco perché il detto "l'unico politico buono è quello morto"
non è solo un modo di dire. Come Colui che fu il politico più buono degli
ultimi 2000 anni, tutti i politici buoni a 33 anni finiscono crocifissi dai
propri fratelli. Ed ecco perché in Italia abbiamo la immorale Casta che sappiamo.
N° 7) I
partiti, minaccia per la democrazia
I partiti di massa (anche quelli estinti da tempo come il partito
giacobino), nascono tutti sulla base di principi di grande contenuto morale e
ideale per poi degenerare nel più vergognoso dei modi. Perfino il documento di
fondazione del partito fascista del 1919 aveva contenuti avanzati in gran parte
ancora oggi accettabili (e comunque ritenuti validi perfino dal Pci dall'esilio
francese nel 1936). E perfino la Chiesa (fu subito un partito anch'essa fin dalle
origini), che pure su principi morali ha basato la sua esistenza come nessun
altro movimento, ha alle spalle una storia terribile e un presente
nient'affatto edificante. Il fatto è che non c'è bisogno di scomodare
Machiavelli per capire che appena un partito riesce ad affermarsi si scatenano
conflitti e congiure interne, spesso senza esclusione di colpi, per
conquistarne il controllo. E come abbiamo visto (pillola n.6), succede
immancabilmente che vinca chi è più aggressivo, ambizioso, cinico, avido e
sleale. Insomma una selezione "naturale" tutt'altro che virtuosa.
Immancabilmente, con simili figuri, si passa presto dal concetto che "il partito è lo strumento e lo stato (o la
città) è il fine" al concetto opposto: il partito (o chi lo controlla) diventa il fine e lo stato (e quindi il
popolo) diventa lo strumento. E' così che si ricostituisce quello che i
liberi Comuni italiani distrussero seicento anni prima che lo facessero i
Francesi con la loro rivoluzione: il sistema aristocratico feudale. Un sistema
che si basa su una lunga scala gerarchica dove ognuno giura fedeltà e
sottomissione al suo immediato superiore ed è obbligato alla protezione dei
suoi immediati inferiori. E’ tipico delle società organizzate verticalmente
essere società immobili e depresse perché il sistema premiante è basato sulla
fedeltà al capo e non sul merito individuale. Anzi chi merita, ossia chi riesce
a farcela da solo senza alcuna protezione, diventa un modello negativo da
isolare o anche eliminare fisicamente perché può mettere in discussione
l’intero sistema. Lo schema di un sistema feudale è anche quello dei sistemi
mafiosi. E ciò non a caso, visto che mafie e aristocrazie hanno analoga origine
criminale: l’origine della nobiltà è infatti ignobile (La società feudale
dello storico
francese Marc Block, padre della storiografica moderna ).
Quindi un sistema
partitocratico che come quello nazionale (ma anche quello senese, come abbiamo
ben sperimentato in questi ultimi decenni) annulla la volontà popolare, tende
ad una organizzazione sociale sempre più verticale, sempre più simile a quella
feudale (o mafiosa): i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.
Esso finisce per rappresentare la massima minaccia per la democrazia e per il
quieto ed prospero vivere di una comunità.
N° 8) “Destra” e “sinistra” sono termini superati? Ma da
quando?
Il significato originale e tuttora congruo
dei termini “destra” e “sinistra” non è quello attribuito loro dalla falsata
realtà politica dell’Italia di oggi, ma quello determinatosi a partire dalla
fine del Settecento (pare che la diade destra-sinistra sia entrata in uso
all’Assemblea rivoluzionaria francese dove i repubblicani più radicali sedevano
a sinistra e quelli più moderati a destra).
Secondo quell’originaria
distinzione, infatti, a destra sta l’assolutismo regio, l’impero, il
dispotismo, la tirannia, l’autocrazia, il centralismo statale, la volontà che
scende dall’alto, i governati controllati dai governanti, il governo forte con
i deboli debole con i forti, la sfiducia verso l’autogoverno popolare e quindi
il convincimento che solo il potere saldamente nelle mani di pochi (o di uno
solo) possa garantire la serena esistenza del popolo. In sintesi: a destra sta
la società organizzata verticalmente.
A sinistra invece sta la repubblica,
la democrazia, l’autogoverno locale, la volontà che sale dal basso, i
governanti controllati dai governati (quindi i cittadini, comunque abbiano
votato, tutti all’opposizione rispetto al governo), il governo forte coi forti
e debole coi deboli, il governo dei molti (o di tutti: quod omnes tangit ab omnibus adprobari debet, ossia ciò che
riguarda tutti da tutti deve essere approvato) e quindi l’ottimismo verso la
capacità del popolo di autogovernarsi. In sintesi: a sinistra sta la società
organizzata orizzontalmente.
Per cui, schematizzando, si può
dire che quanto più una situazione è democratica e repubblicana, quanto più il
potere è decentrato e diffuso e la volontà sale dal basso e quanti più sono
quelli che governano, tanto più quella è una situazione di sinistra; viceversa
per la destra.
Poiché non esiste altra distinzione
logica tra destra e sinistra che questa, se ci si riflette si capisce che
nell’Italia odierna c’è una sinistra ufficiale, ma una sinistra reale non c’è
(forse non c’è mai stata) e molti che si considerano di sinistra in realtà sono
di destra e viceversa. Solo per questa confusione succede che in Italia la
distinzione tra “destra” e “sinistra” venga considerata superata. Ma non sul
piano generale, perché fino a quando da una parte ci saranno regimi dispotici e
sanguinari e dall’altra buone democrazie, la distinzione tra destra e sinistra
continuerà a avere tutta la sua valenza.
Per cui il regime sedicente
comunista dell’URSS era un regime di destra reazionaria mentre quei
"fascisti e xenofobi" (così li definisce la sedicente sinistra
italiana) degli Svizzeri vivono nel regime più di sinistra del pianeta. Ciò
significa anche che ‒ e questa è un’incontrovertibile verità storica ‒ nei
regimi di sinistra (vedi la Svizzera) si gode un’alta qualità della vita e
viceversa a destra (vedi l’ex URSS o le altre dittature trapassate o viventi).
Se poi il problema è
meramente terminologico, ossia se i termini destra e sinistra si credono obsoleti,
bene, cambiamogli nome (Proudhon nell’Ottocento, per esempio, usava
"autorità" e "libertà"): perché non è l’etichetta che
conta, ma il contenuto.
N° 9) (ancora da sintetizzare)
Credo che si debba chiarire una
cosa prima di qualsiasi discussione in proposito: la differenza esistente tra
una società organizzata verticalmente e una orizzontalmente. Ci sono stati
nella storia esempi abbondanti e ce ne sono abbondanti nell’attualità.
Del primo tipo, per esempio, sono
quelli della tirannia, della società feudale, mafiosa, fascista, stalinista
ecc.: praticamente l’80% della popolazione mondiale vice ancora in società di
questo tipo.
Del secondo tipo è quello delle poleis greche e anche quello della Siena
repubblicana (combatté vittoriosamente la società feudale) e del resto della
civiltà comunale che dal 1000 al 1500 dette all’Italia del centro-nord il
primato assoluto in Europa. Oggi l’organizzazione orizzontale della società
(ossia i politici ridotti a meri esecutori della volontà popolare) la
ritroviamo più che altrove negli stati protestanti. Insomma quanto più una
società è organizzata orizzontalmente, tanto più elevata è la qualità della
vita e, viceversa, quanto più una società è organizzata verticalmente tanto più
essa è arretrata: questa è una regola che non ha eccezioni né nella storia, né
nell’attualità.
A Siena negli ultimi 30 anni
(insomma a cominciare dal’avvento di Luigi Berlinguer e di Pierluigi Piccini)
abbiamo sempre più velocemente viaggiato verso una società organizzata
verticalmente. Da qui lo sfacelo di questi ultimi anni e le disperanti
previsioni per il futuro. Nella sostanza, dopo aver gloriosamente resistito per
quasi mille anni sul confine del Meridione (a sud di Siena da sempre comincia
il Meridione d’Italia), la città alla fine vi è precipitata dentro. Da città
più meridionale del nord è diventata la città più settentrionale del sud. Sono
fenomeni questi da cui non si esce più. O ci si dà subito uno scatto di reni o
la civiltà senese finisce qui. Ci aspettano solo depressione e emigrazione.
Tra Duecento e Trecento (non riesco
ancora a capacitarmi come certi concetti fossero capiti allora e oggi invece
non li capiamo più) la differenza tra una società organizzata verticalmente ed
una organizzata orizzontalmente fu magistralmente rappresentata nel Palazzo
Pubblico dagli affreschi di Ambrogio Lorenzetti nella cosiddetta Sala della
Pace, sede del governo repubblicano: su una parete gli Effetti del Cattivo
governo (la tirannia) e su quella di fronte gli effetti del Buongoverno (la repubblica).
Nella parete centrale invece è
affrescata l’allegoria del Buongoverno, dove la mostruosa pialla da falegname
sulle ginocchia della figura femminile della Concordia, minaccia chi tra i
cittadini, tutti rappresentati rigorosamente della stessa altezza, osi
sollevare la propria testa al di sopra degli altri.
Quel periodo repubblicano fu così straordinariamente fecondo che ancora
oggi, forse caso unico al mondo, la vita sociale, culturale e economica, a
Siena dipende per l’90% da quello che fu realizzato allora: banca, università,
ospedale, arte (turismo). Eppure non è giunto sino a noi neanche il nome di un politico eccellente,
responsabile di un simile prodigio. Infatti ai politici professionali del
tempo, i nobili, era vietato di eleggere e di essere eletti. Allora solo anonimi
e semplici cittadini si alternavano al governo ogni 2 mesi e in parlamento, che
raggiunse anche 1500 componenti (in una città di circa 30.000 abitanti!), ogni
12 mesi. E tutti senza possibilità di rinnovo della carica alla scadenza se non
dopo anni. Come diceva Berthold Brecht: beato quel popolo che non ha bisogno di
eroi! Sono bastati 20-25 anni di dominio degli eroi (Luigi Berlinguer, Pierluigi
Piccini, Mussari e successori) perché il Buongoverno arrivasse al capolinea,
anzi al fine-corsa. Ambrogio ha avuto molte occasioni in questo ultimo
ventennio di rigirarsi nella tomba.
Mauro Aurigi
FINE (per il momento)

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